Non ho mai creduto troppo nelle etichette.
Web project manager, digital specialist, SEO strategist. Sono tutte definizioni corrette. Ma nessuna racconta davvero il modo in cui lavoro.
Mi occupo di digitale da più di vent’anni. Ho lavorato su siti, SEO, advertising, contenuti, funnel, UX, branding, e-commerce, social, analytics e strategie di crescita. Ma la verità è che il mio lavoro non è mai stato “fare marketing”.
Quello che faccio davvero è osservare i sistemi. Capire dove si inceppano. Dove disperdono energia. Dove comunicano troppo. O troppo poco.
Alcuni problemi non nascono dalla mancanza di strumenti. Nascono dalla mancanza di struttura.
Negli anni ho lavorato con aziende molto diverse tra loro. Realtà piccole, grandi, locali, strutturate, caotiche, creative, tecniche. E quasi sempre il problema non era il sito. O Google Ads. O i social.
Il problema era che mancava una direzione leggibile. Un filo. Un significato comune.
Scrivo da molto prima che iniziassi a parlare di strategia.
Nel 2011 ho aperto un blog personale sulla SEO e sul digitale: TwittaCheTiRitwitto Un posto nato quasi per gioco, molto prima che LinkedIn diventasse pieno di “guru” e slogan motivazionali.
Lì dentro ho scritto pensieri, riflessioni, esperimenti, dubbi, errori, intuizioni. Alcuni articoli oggi fanno sorridere. Altri li riscriverei identici.
Non mi interessa apparire perfetta. Mi interessa essere utile.
Amo i sistemi semplici. Le cose che funzionano davvero. Le idee che riescono a sopravvivere anche quando togli effetti, buzzword e presentazioni patinate.
Ed è probabilmente per questo che amo anche cucinare.
La cucina assomiglia molto alla strategia.
Ingredienti sbagliati, tempi sbagliati o troppi elementi inutili rovinano tutto. Anche una buona idea.
Mi piace cucinare come mi piace lavorare: senza complicare inutilmente ciò che potrebbe essere chiaro.
Poi a un certo punto ho scritto un libro.
Mi sono laureata in archeologia e antichità etiopiche, un percorso nato all’interno di Lettere Classiche ma che mi ha portata molto lontano. O forse molto vicino a qualcosa che avevo sempre cercato senza saperlo davvero.
Per anni l’Etiopia è rimasta dentro di me come un luogo sospeso. Studiato, immaginato, letto, cercato. Poi, molti anni dopo, grazie anche all’AI e alla scrittura, sono riuscita in qualche modo a tornarci.
Selam non è nato come operazione editoriale. È stato un viaggio. Un cammino condiviso con Meklit che, pagina dopo pagina, ha finito per diventare importante anche per la mia vita.
Parlare di identità, memoria, radici, appartenenza e distanza significava inevitabilmente parlare anche di me. Anche quando pensavo di stare raccontando qualcun altro.
Credo ancora che il digitale debba avere qualcosa di umano.
Per questo non mi interessa creare progetti “belli” se poi non comunicano nulla. Preferisco qualcosa di autentico, leggibile, coerente e vivo.
E forse questo sito serve proprio a questo. Non a spiegare cosa faccio. Ma a mostrare come penso.
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